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Poesia e critica letteraria

 

Pagina personale di Pier Paolo Caserta

 

 

 

Linguista per formazione, saggista e giornalista free-lance, sono nato a Roma il 23 aprile del 1975. Dopo essermi laureato in Filosofia nel 2001, ho approfondito i miei studi in ambito lessicografico partecipando al progetto "Italianismi nel mondo" diretto dal Prof. Luca Serianni (Università “La Sapienza”, Roma). Sono uno degli autori del volume a più mani "La gabbia dell’orgoglio: risposta a Oriana Fallaci" (Roma, Aracne, settembre 2002). In quel contributo, così come in successivi articoli, ho difeso l’importanza e la vitalità del relativismo etico e culturale, vedendovi un antidoto contro le diverse forme di pensiero egemonico. Collaboro con siti e testate online, occupandomi di tematiche di lingua e cultura e di rilevanza geopolitica. Un posto privilegiato tra i miei interessi è occupato dalla poetica..

Proprio alla poesia è dedicato questo sito, nel quale ho raccolto sia i miei versi, sia alcuni saggi di critica letteraria, nel tentativo di dar conto di un percorso critico iniziato 12 anni fa, con la pubblicazione della mia prima raccolta (Preveggenze, 1996)

 

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SENZA TITOLO

Roskilde, Danimarca, dicembre 2002

 

 

Può cambiarci una notte

Ove nell’incessante soffio della follia

 

Persa

 

Si rischiari

 

 

 

   *       *        *

 

 

 

SENZA TITOLO

1997

 

Più la creatura, attonita,

si libra in volo

 

più si riempie il viso

di terrore di vertigini d’immensità

 

In gola, strozzato, l’urlo del matto

 

 

*       *        *

 


SENZA TITOLO

1997

 

La Grande Strega ha

bianchissime mani e soffici

 

per sedurre i nostri destini

 

 

*       *        *

 


ABISSI

1997

 

Mi sento immerso

In forze segrete segreto

Abbraccio di questa

Solitudine d’intorno

 

Ciò che comprendo

È ciò che resta

Di costellazioni di sogni

Di vortici di passioni

 

Nella terra

Cado a capofitto

e forse

Riscopro l’antico

 

Vivo di memoria e d’oblio.

 

 

 

(poesie tratte dalla raccolta di versi “La Memoria di Gaia”)

 

 

 

 

 

 

 

 

QUELLO CHE RESTA ALLA POESIA

(Prefazione a La Memoria di Gaia)

 

 

 

 

 

Che cosa resta oggi alla poesia?

Per ragioni interne al nostro modello complessivo di civiltà, la spinta propulsiva di questa particolare forma d’arte appare a molti esaurita. Il  nostro tempo, il tempo

dei consumi di massa, ha consacrato piuttosto il trionfo del romanzo.

È un verdetto reversibile, o dobbiamo considerarlo definitivo? Rimane,  alla poesia, un dominio, uno spazio autonomo di riflessione, una valenza peculiare e specifica?

Non è possibile rispondere a queste domande senza fare un passo indietro, senza interrogarsi sulla natura stessa della poesia. La domanda “Che cos’è la poesia” non può essere evitata, ed è la necessaria premessa, più o meno esplicita, di qualsiasi poetica.

Ebbene, allora: cosa possiamo dire, o fare, con il linguaggio poetico, che con il linguaggio ordinario non possiamo?

Ci troviamo nell’esigenza di dover scartare, in via preliminare, alcune possibili risposte, e nel contempo avremo forse intaccato delle facili concezioni che riteniamo riduttive nei confronti dell’arte.

In primo luogo, sarà bene ripeterlo cento volte, la nota caratteristica del linguaggio poetico non deve essere vista nella sua capacità di parlare dei sentimenti, o almeno non in modo così ovvio. Il rifiuto di una tale caratterizzazione della poesia è già implicito nella formulazione della domanda: il linguaggio ordinario ci offre già forme espressive perfettamente adeguate per parlare di sentimenti, di stati d’animo, di tutto quanto troppo spesso viene considerato esclusiva prerogativa della poesia.

Ma la poesia non sarà, a ben vedere, qualcosa in più che questo, le sue potenzialità non andranno ben oltre il puro e semplice poter accedere a quelle forme espressive?

Questo rifiuto non dovrà poi precludere alla poesia la via introspettiva: soltanto, essa andrà recuperata per altra via, affinché possa ricevere il suo pieno significato.

 

Ungaretti apriva L’Allegria con questi versi:

ETERNO

Tra un fiore colto e l’altro donato

L’inesprimibile nulla

 

Perché è poesia? Essa non parla di sentimenti – se non in modo incidentale.

La sua nota caratteristica andrà cercata in un altro ordine di fatti. L’ultimo verso (o il secondo, se preferiamo), afferma che il nulla è inesprimibile. Eppure ETERNO parla proprio del nulla. Non ci sono parole per dire il silenzio, ma questa poesia è del silenzio che parla.

Il fatto essenziale non è tanto e solo che la poesia sembra oltrepassare il linguaggio, ma che lo oltrepassi pur non potendo servirsi di altro che del linguaggio; che supera il proprio strumento in virtù dei meccanismi che quello stesso strumento regolano. Qui deve intervenire un diverso impiego, una diversa disposizione all’ispirazione. Dobbiamo anzi tutto riconoscere come il linguaggio sia già, in qualche modo, poesia in potenza. Ma quei limiti non possono essere travalicati senza una diversa modalità d’impiego, cioè non finché si rimane sul piano di una esigenza di comunicazione immediata.

Nella poesia il linguaggio è sottratto alla sua dimensione d’uso, in un modo, in una misura, che è preclusa a qualsiasi altra forma letteraria. Ed è precisamente questa libertà da ogni referente immediato (che pure non è libertà assoluta) ad aprire alla poesia la via per l’universale, a dischiuderle la possibilità di una modalità di impiego del linguaggio che, nella dimensione ordinaria, è limitata da saldi vincoli.

Ma se la poesia espande il campo del dicibile, avrà nel contempo allargato anche il campo della coscienza.

In questo modo si compie un giro intero intorno a un paradosso che è solo apparenza. La poesia si ritrova, intatta, la sua natura, che le si confà in ogni epoca: quella di disvelare crescenti porzioni di ignoto.

La poesia è sospesa per sua natura tra innovazione e memoria.

 

 

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